La vita, questa costante compagna di viaggio. Mi hai abituato ad aspettarmi tutto da te. Momenti felici, sogni, desideri, ambizioni. E poi mi hai dato la tristezza, il dolore, la sconfitta, l'amarezza di ottenere quanto più ho desiderato nel momento in cui non potevo goderne la piena gioia.
Vita, sei stata e sei sempre questa continua lotta, questa tensione. Cosa mi riservi ancora, quanto ancora mi darai e quanto mi toglierai? Quante cose ancora lascerai che mi sorprendaranno, nel bene e nel male?
MI hai insegnato a non abbattermi, ma anche a sapere che a volte non tutto finisce bene.
E ancora mi lasci ad aspettare che il mio destino si compia.
Lo stimolo determina il percetto.
Il percetto produce il pensiero.
Nel pensiero si forma la parola.
Dalla parola deriva l'atto.
L'atto costrusice la realtà.
Nelle realtà si dischiude il senso.
Da questa prospettiva sarebbe quanto mai azzardato
credere che il Reale sia l'amorfo frutto della sola mente.
Incominciò a camminare a ritroso nel tempo della mente, nello spazio delle parole.
Non riuscì a trovare alcun perché. Alcun nesso. Alcuna scintilla.
Ma solo pezzi di domino caduti casualmente. Erano bianchi, con i punti neri. Come se avesse importanza.
E poi non era importante neanche chiedersi come fossero caduti: non sarebbe bastata una vita per trovare l'inizio.
E non poteva volegere lo sguardo abbastanza in là per scorgerne la fine.
Ma ormai aveva cominciato camminare a ritroso, nella mente e nelle parole.
Nel piccolo villaggio degli insetti mi dissero che
ero tra i prescelti. Parlavo con gli dei,
loro mi ascoltavano con sorrisi ebbri di ilarità per
le mie insulse teorie.
Poi mi capitò per le mani un biglietto sola andata e quando partii
mi dissero che il ritorno
avrei potuto acquistarlo solo dopo cento giorni e cento notti
alla fine del mio viaggio.
Dopo aver scalato la fossa delle Marianne ed
essermi inabissato nel Monte Everest,
dopo aver nuotato nel Sahara e
calpestato la sabbia dell'Oceano Pacifico
arrivai alla biglietteria. Era chiusa.
Aspettai
altri cinquanta giorni ed altre cinquanta notti. Finalmente aprì e potei tornare.
Non feci in tempo ad arrivare nella grande città che mi accorsi di aver dimenticato
il passaporto sul bancone della biglietteria. Tornai indietro.
Rifeci la stessa strada, ma questa volta ad occhi chiusi.
Sempre bendato, e con una mano dietro la schiena,
mi improvvisai scacchista. Kasparov è là che attende la rivincita.
Feci il mio ritorno nella grande città.
Non parlo più con gli dei e
mi chiedo cosa avessi da dir loro di così importante.
È così difficile pensare che tutto sia casuale e non causale. Che tutto coincida in un perfetto istante, nell’occasione propizia e non nel momento sbagliato (ben inteso che a volte tutto coincida nel momento sbagliato e non in quello propizio!).
È così affascinante-esoterico-idiota-tremendo cominciare a far di conto sul conto entrate/uscite che il destino ti ha riservato e ti riserva. E il conto esce sempre più o meno pari, se alla fine tenti di rimanere in equilibrio su quel labile filo che è "sopra la follia".
Il fatto è che nessun romanzo potrà essere più avvincente e strabiliante e commovente e tragico di quanto non lo sia di per sé la vita. Che niente riuscirà mai ad eguagliare i meccanismi perfetti delle trame del destino, che superano incommensurabilmente le abilità del più bravo e fantasioso sceneggiatore. Il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. La tragedia sempre alle porte, ma impossibile da avvertire. Il rischio in fin dei conti incalcolabile.
Ma tutto alla fine torna, in un biunivoco do ut des con la vita, dove sai sempre ciò che dai ma non sai mai in che modo tornerà.
E a questo punto non credo di avere più paura di andare veramente oltre…
E quando i giorni si avvicinano, sorge quella intensa necessità di esplodere, cercando di rendere tutti consapevoli della mia realtà. Ma poi passano quei fatidici dieci secondi in cui la mente ti dice di star calmo e di non dire niente: se non parli, tutto poi continuerà come prima. Normale, semplice. Come la vita.
Ma intanto smetti di contare i giorni, per passare alle ore. Quanti minuti, quanti momenti posso ancora spendere. E quali avrei potuto usare meglio. E già partono rimorso e rimpianti.
Cerchi di perderti nell’irrilevante, nel contingente, nel controllabile. Tanto per il resto niente ci puoi fare, devi solo essere bravo ad aspettare. Come hai sempre fatto, da 4 anni a questa parte.
Quanta paura si può nascondere un essere umano. Quanto orrore inesplicabile può provare. E quanti pochi appigli veri esistono per non cadere definitivamente nel vortice.
o dell’inevitabile spirale dello standard alto
Vorrei la perspicacia di Cal Lightman, 

il genio di Gregory House,

l’empatia di Paul Weston,

e il fascino di Don Draper.
Facile chiedersi perché risuoni in testa una canzone, il problema è poi far i conti con quello che tutto poi viene a significare.
Il ritmo cadenzato di eroi di ogni specie futuribile recitati in tono monocorde e accento emiliano, da settimane o addirittura mesi risuona come un martello pneumatico come sottofondo di ogni pensiero, letteralmente.
Nomi che niente significano per la maggior parte, nella mia pasciuta ignoranza che di niente vuole smuoversi.
Però la necessità di attribuire un nome a qualcosa, perché un nome è tutto quel che davi. Perché si ha bisogno di dare un nome a qualunque cosa, prima di poterla possedere, materialmente e intellettualmente.
Ma lo sforzo è grande, la richiesta di concentrazione troppa.
Dopo mesi capisco perché una "canzone" che certo non si può definire bella (dai, simpatica!), rimbombi da tanto tempo nel mio cervello.
Troppi i nomi di santi da lunario intorno a me, forti convenzioni e deboli convinzioni. Nessun legame referenziale… appiglio.
Chiamare le cose con un nome sarebbe il massimo, il problema è che neanche l’azione ha senso.
Mi adeguo e vado avanti, convinto che tutto prima o poi riacquisti quel significato che non conosco più.
Li vedo
hanno occhi strani..
volti sagomati da una stanchezza di cui
neanche si rendono conto.
Eravamo noi, tutti
allo stesso nastro
pronti
per la partenza.
Poi le strade si sono separate…
il percorso non è mai uguale per tutti.
Ma loro
hanno gli occhi più stanchi dei miei.
Hanno volti più corrosi del mio.